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Feste e Tradizioni PDF Stampa E-mail
domenica 11 febbraio 2007

Le feste... dal passato ad oggi...

 

(...in aggiornamento...)

Le feste religiose più sentite erano Pasca di Natali, Pasca d'abbrili, Pasca di fiori, Santu Juanni, li Santi e li molti , la festa patronale e quelle dei santi di ciascuna cussorgia presenti nelle chiese campestri (da maggio a settembre). Quelle civili più rappresentative erano invece lu carrasciali, l'ammazzatojiu di lu polciu, lu tunditogghju, l'agliòla e la bibenna, da aggiungersi naturalmente a battesimi, matrimoni ecc…Oggi le feste patronali di Calangianus esibiscono in piazza i più grandi artisti nazionali , senza trascurare le tradizioni più antiche.

Il Natale

A Calangianus come in Gallura il Natale è chiamato “Pasca di Natali”.

La sera della vigilia denominata notti di cena , i sacerdoti andavano in giro per il paese seguiti dai sacristi, con una bisaccia in spalla. Le padrone di casa mettevano un pane nella bisaccia e delle monete di bronzo o d'argento. Inoltre a tarda sera i ragazzi andavano a chiedere “li ceni”, ricevendo in regalo “cucciuleddi”, “papassini”, “niuleddi”, noci, fichi secchi o altri dolciumi o frutti. Sostanzialmente questa usanza, con altre modalità e con altre frasi auguranti, si ripeteva a Carrasciali e a li Santi ( molti e molti ). Tutti andavano alla messa di mezzanotte ( messa di puddhu) e al ritorno banchettavano con salsiccia arrostita e contorno di verdure e dopo l'arrosto dolciumi casalinghi… Il giorno di Natale le donne si alzavano presto per iniziare a preparare il pranzo costituito dall'antipasto a base di salame e prosciutto, dal primo rappresentato in genere da carr'e coggju e fodda , dal secondo piatto costituito da rivea (interiora di agnello o capretto allo spiedo), e carne arrosto con verdure. Infine a chiudere il pranzo frutta e dolci.

I dolci tipici di Natale sono:

Ø li mindulati con mandorle, albumi d'uovo, una scorza di limone, e zucchero;

Ø li papassini con uova, zucchero, farina, uva passa, strutto;

Ø lu pani e saba con farina, zucchero, strutto, mandorle, noci, uvetta e la saba che si otteneva dalla cottura del mosto;

Ø li cucciuleddi con ripieno di miele e semola, limone e mandorle;

Ø li niuleddi preparati frantumando una spianata di pasta sviulata precedentemente cotta e aggiungendovi miele e zucchero.

In passato le donne del paese dovevano cuocere i dolci e il pane nei forni pubblici. Era quasi sempre compito dei bambini recarsi presso i forni a fissare l'orario del turno di cottura ( la posta ). Il lavoro spesso veniva pagato con il pane stesso che andava a costituire la provvista per la cucidura .

Il Carnevale

Il Carnevale a Calangianus era molto sentito; il divertimento principale consisteva nel mascherarsi e partecipare ai balli. I ragazzi si mascheravano da buffoni con abiti vecchi e con la faccia coperta di cappucci o lenzuola legate in vita e nel collo. Così mascherati andavano in giro per le case a chiedere le frittelle dicendo: “ e ci ni deti frisgioli ?”. Gli uomini che indossavano una camicia bianca con il fazzoletto in testa e il volto coperto di nero, realizzavano una maschera “anima di morto” che rappresenta la Reula, (una schiera di morti che escono dall'oltretomba per far penitenza e se trovano qualche vivente lo fanno morire), anche se si è persa la coscienza del suo carattere originario. Il martedì grasso si usava tingere il viso delle persone che si incontravano per strada con lustro di scarpe o fuliggine, oppure di rosso e di giallo. Anche ai forestieri si toccava il viso con un dito intinto di lustro e nessuno se la doveva prendere a male. Per quanto riguarda l'alimentazione, bisogna notare che molto spesso l'uccisione del maiale da ingrasso si faceva coincidere con l'apertura del Carnevale. Il giovedì grasso si preparavano fave condite col lardo e castagne secche con il finocchietto selvatico, e la domenica di Carnevale i piedi, le orecchie e la coda di maiale bolliti, disossati e ridotti in gelatina ( li pidichini ). 

I dolci di Carnevale erano e sono rimasti tuttora:

Ø li frisgioli longhi, (le frittelle lunghe), preparate con farina di grano duro, lievito, acqua, e/o uova, e poi fritte facendo scendere la pasta a spirale nell' olio bollente o nello strutto, attraverso un imbuto o un sacchetto di tela bucato. La grande padella che si utilizzava ( saltaina ), veniva disposta sulla tripita a sua volta sistemata sopra un fuoco a fiamma forte.

Ø l'acciuleddi, preparate attorcigliando dei cannoli di pasta sviulata con farina, strutto, zucchero, acqua, limone. Questi cannoli della stessa lunghezza attorcigliati venivano successivamente fritti prima nell'olio e poi passati nel miele sciolto. La stessa pasta, trasformata in sfoglia e tagliata a rombi cu lu rutigliu , anch'essa fritta e mielata, diventava una leccornia quasi evanescente: l' ariglietti (chiacchere).

Ø frati frissi, (fatti e fritti). Ciambelle preparate con uova, latte, farina e lievito fritte e zuccherate.

La Pasqua

A branu (primavera) rifiorisce la vita e la campagna si riveste a festa: la Pasca d' Abbrili simboleggiava proprio questo passaggio tra morte e vita e costituiva per i contadini il momento felice da cui ripartire per il rinnovo dei cicli naturali della terra. Essa quindi era considerata importantissima.

Tutto il periodo che precedeva la Pasqua, la Quaresima, era caratterizzato da penitenze, digiuni e astinenza dalla carne. Il costume prevedeva anche di astenersi da ogni sorta di divertimento. La Domenica delle Palme come avviene anche attualmente, i fedeli portavano in chiesa le palme e i ramoscelli d'olivo per la benedizione; le palme benedette si conservavano, mentre quelle dell'anno precedente si bruciavano. I ramoscelli di palma venivano sfibrati e legati per invocare la protezione divina sulla porta di casa, sul cancello d'ingresso allo stazzo, sui campi seminati. Il venerdì santo si svolgeva e si svolge per le vie del centro la processione della croce. Dal momento che le campane rimanevano in silenzio e non potevano suonare sino alla serata di sabato, durante tutta la settimana a Calangianus, era usanza che i bambini percorressero le strade con strumenti di legno di fattura rustica chiamate mattutini, zirrioli, tauleddi, per invitare i fedeli a partecipare ai riti religiosi.

Le tradizioni calangianesi riguardanti la Pasqua, riguardano anche l' alimentazione. La mattina di Pasqua fino a non molto tempo fa, sia negli stazzi sia nel paese, c'era l'usanza di mangiare solo un uovo sodo col sale. A pranzo si faceva come primo piatto minestra in brodo d'agnello con formaggio fresco, come secondo carne di capretto o d'agnello arrostita alla brace. Anche per Pasqua si preparavano formaggelle (li casgiatini) con pasta di farina, strutto e zucchero e con ripieno di pischedda, ricotta, uva passa e cannella. In occasione della Pasqua veniva infine preparato un tipo di pane intagliato e ornato chiamato infelta . Questo pane veniva lucidato tramite una veloce immersione in acqua bollente e poi rimesso al forno. Un altro tipo di pane pasquale intrecciato con un uovo al centro chiamato culbuloni . Esso si regalava ai bambini che con ansia attendevano di consumarlo il giorno di Pasquetta quando si era soliti recarsi alla chiesa campestre di Nostra signora delle Grazie. 

Il giorno di Ognissanti e la commemorazione dei defunti

Ancora oggi, il giorno dei morti, i ragazzi sono soliti passare di casa in casa chiedendo “ li molti e molti” e ricevendo in dono castagne, fichi secchi, mele, dolci e anche qualche spicciolo. Il pranzo era costituito da chjusoni di farina di grano duro conditi con sugo di pomodoro in cui erano state fatte cuocere delle polpette di carne ( li bombi ). Il secondo piatto era costituito da carne di turriccia , la capra che non aveva ancora figliato, appositamente conservata. La sera le donne usavano mettere un piatto di chjusoni sul davanzale della finestra, in offerta ai defunti, di cui usufruivano naturalmente i poveri. Dal primo di novembre era consentito a tutti entrare nelle vigne e nei frutteti per raccogliere gli ultimi grappoli d'uva ( li scaluggji ), lasciati dalla vendemmia in ogni filare, proprio per i poveri. 

La festa patronale e le feste popolari

Il 14 maggio viene celebrata la festa patronale in onore di Santa Giusta, a cui è dedicata la chiesa parrocchiale, e la terza domenica di settembre le feste popolari di Sant'Isidoro, San Lorenzo e San Francesco, che durano tre giorni. Il culto di San Lorenzo da Brindisi, beatificato nel 1783, e quello di Sant'Isidoro, canonizzato da papa Gregorio quindicesimo nel 1622, hanno origini lontane, al contrario la festività di San Francesco, è una festa celebrata presumibilmente solo dopo il 1930. Attesta un culto diffuso in tutta la Gallura e probabilmente con accenti particolari a Calangianus, dove è esistito per circa 150 anni (1701-1858) un Convento di Cappuccini. I due comitati distinti della festa di San Francesco e di Sant' Isidoro, composti da volontari laici presieduti da un priore scelto fra chi aveva maggiori capacità finanziarie ( lu capu suprastanti ), organizzavano le feste curando precedentemente la questua ( la cilca ) di casa in casa e prima degli anni '50 di stazzo in stazzo, dove venivano raccolte in denaro o in natura come grano, formaggio. Nel giorno della festa di Sant'Isidoro, patrono dei contadini, era rigorosamente proibito lavorare perché era ritenuto causa di disgrazie durante l'annata; la festa celebrata nel mese di settembre, chiamato in dialetto capidannu appunto perché questo mese rappresentava l'inizio dei lavori agricoli, invocava il santo per la buona riuscita dei raccolti e per rendergli grazie della sua alta protezione. I festeggiamenti fissati in coincidenza della terza domenica di settembre cominciavano con i fuochi d'artificio alla vigilia. La domenica mattina aveva luogo la processione con la statua di Sant'Isidoro che attraversava le vie del paese accompagnata dalla banda musicale locale. La processione era formata da un corteo di carri a buoi adornati con ramoscelli, nastri di seta e con manipoli di spighe di grano scelti dai contadini. Il secondo giorno di festa era dedicato a San Lorenzo la cui statua veniva portata in processione con in testa una sfilata di cavalieri sui cavalli bardati e adorni. Di pomeriggio nei primi decenni del 1900 si svolgeva la gara ippica ( lu palu ) in un percorso alla periferia del paese. La sera dopo cena aveva luogo sul palco la gara poetica ( li canzunadori ), per assistere alla quale la gente di campagna faceva molti chilometri a piedi o a cavallo. Queste feste oggi si sono modificate rispetto al passato, perché numerose tradizioni sono scomparse a causa dei mutamenti economico-sociali. Il culto di Santa Giusta vergine e martire sarda si è consolidato nel primo medioevo a tal punto che gli abitanti di Othaca, l'antica città che le aveva dato i natali, cambiarono il toponimo dell'antica città in Santa Giusta. Questo culto si diffuse poi in tutta la Sardegna settentrionale e meridionale. La data di costruzione della cattedrale è antichissima anche se difficile da stabilirsi. Si registra un'attività ecclesiale a partire dal 1602, primo atto di battesimo attestato. Il 1738 è la data di consacrazione della chiesa. Lo svolgimento e la partecipazione alla festa il 14 maggio era simile, a quelli delle feste di Sant'Isidoro e San Lorenzo. Nel 1909 la vigilia della festa di Santa Giusta era rallegrata da una fiaccolata che percorse le vie principali a suon di fanfara. 

Le feste campestri

Le chiese campestri dove ancora oggi si svolgono le sagre sono tre: Nostra Signora delle Grazie a tre chilometri dal paese; San Giovanni di Liscia a 50 chilometri, vicino alla foce del fiume Liscia; San Leonardo oggi appartenente alla parrocchia di Sant'Antonio.

La Festa della Madonna delle Grazie si festeggiava l'ultima domenica di aprile: la sera della vigilia si celebrava il Vespro; durante la notte la chiesa rimaneva aperta, le famiglie degli organizzatori si alternavano nella preghiera e nei canti e dormivano nella cucina adiacente al tempio. Il giorno della festa dopo la santa Messa e la processione, si pranzava con zuppa gallurese, carne di pecora e vaccina bollite, verdure, pane e formaggio. Per tradizione si invitava a pranzo il parroco e si offriva il caffè ai presenti. Anticamente il primo piatto che usciva dalla cucina era per i mendicanti ( li dimmandoni ).

La Sagra campestre di San Giovanni di Liscia , si festeggia il 24 giugno ed è celebrata ancora da una parte di calangianesi che considerano la chiesa di San Giovanni importante perché, una leggenda indica in quella località le origini del paese. Anticamente frequentavano la novena e la festa, gli organizzatori, che per tradizione sono i discendenti degli antichi profughi appartenenti alla cosiddetta tripita cioè gli abitanti ed i pastori degli stazzi vicini e anche alcuni gruppi dei paesi circostanti. Fino agli anni '50-60 i pastori scambiavano con i calangianesi prodotti e provviste. La gente arrivava alla chiesetta dieci giorni prima della festa con una carovana di carri a buoi e di cavalli, o a piedi, e ivi si accampata in capanne costruite attorno ai carri o agli alberi. Aveva inizio il novenario con la recita del rosario e il canto della laude a santu Juanni che constava di ben 14 strofe. Il sacerdote che officiava questa funzione religiosa rimaneva sul posto per tutto il periodo. che si concludeva la sera della vigilia della festa quando, a chi aveva fatto la novena era consentito dormire in chiesa, mentre gli altri dormivano nelle tende. Questa usanza durò fino al 1933. Il giorno 24 si svolgeva la festa vera e propria e si celebrava messa in latino, e si svolgeva la processione. Durante la festa si poteva negoziare sulla vendita di capi di bestiame, di un terreno, o di sughero e contrattare la quantità di lana per fare un materasso. Prima della partenza, gli organizzatori portavano a cavallo le bandiere votive per le strade del paese. Appena arrivati alla chiesa, i bandierai e tutti gli altri cavalieri facevano per tre volte il giro intorno al perimetro della chiesa ( caracollu ). A festa conclusa, prima del rientro che avveniva la sera del 24 giugno, tutti i partecipanti rivolgevano l'ultima preghiera al santo, ritiravano dalla chiesa le bandiere e facevano tre giri attorno alla chiesa come all'arrivo. Il corteo dopo varie soste rientrava Calangianus accolto con giubilo dai paesani. Li bandirai, dopo aver ripercorso le strade del paese per tre volte, riconsegnavano le bandiere alle famiglie che le avrebbero vigilate scrupolosamente fino all'anno successivo. Il culto di San Giovanni che ha dato origine a tale festa, è diffuso in tutta la Sardegna ed è legato alle necessità propiziatorie della ciclicità produttiva agricola, infatti l'annata agraria cominciava e finiva il 24 giugno, giorno del solstizio d'estate.

Collegati al culto di San Giovanni erano e sono tuttora anche a Calangianus i fuochi, “che rappresentano a livello popolare la purificazione di tutto, cioè l'eliminazione di ciò che è ritenuto cattivo e la sussistenza di ciò che è considerato buono”. All'usanza pagana risalente all'età classica di accendere i fuochi purificatori per il solstizio d'estate (a giugno), bisogna collegare l'antichissima denominazione del mese di giugno chiamato in tutta la Sardegna “ làmpata ”; il 24 giugno è detto in Gallura Santu Gjuanni di Làmpata , San Giovanni dei fuochi, delle lampade. A Calangianus questi falò detti fucaroni , sono preparati tuttora in ogni quartiere, la sera della vigilia. Attorno ai fuochi, in passato, giovani ed anziani cantavano e ballavano. Saltando mano nella mano lu fucaroni , stringevano un rapporto di amicizia definito “comparatico”. Ragazzi e ragazze si legavano in modo tale che “ lu cumpari e la cummari di focu ” esprimevano un patto di amicizia-amore. Tale forma di comparatico ( cumparia ) era considerato una sorta di giuramento sacro e aveva un aspetto sociale che si prolungava oltre la festa. “Il compare e la comare erano considerati quasi sempre persone di famiglia, e qualora lo avessero richiesto, non veniva negato loro alcun favore legittimo. Le ragazze da marito in occasione di questa festa osservavano alcune credenze curiose: quella di la fai, di la truedda, di la mariola…

Altre feste: San Leonardo si festeggia la prima domenica di giugno; “ li capi suprastanti ” (scelti tra i proprietari terrieri della zona) si quotavano e si quotano ancora per acquistare i viveri necessari per rendere la festa di la cussoggia ricca, vivace e accogliente per tutti quelli che vogliano partecipare al pranzo, dopo aver espletato le funzione religiose. San Sebastiano e Santa Caterina : come per le altre feste campestri un apposito comitato organizza i festeggiamenti religiosi in onore del Santo, offrendo il pranzo e organizzando balli sino a sera. 

COMITATI ORGANIZZATORI “LI FIDALI” PER FESTEGGIAMENTI POPOLARI

 “S.ISIDORO-S.LORENZO-S.FRANCESCO” 

 

Classe1947 GILDA GIULIANI            1989

Classe1948 PIERO MARRAS             1990

Classe1949 RICCHI E POVERI          1991

Classe1950 FIORELLA MANNOIA   1992

Classe1951 ENRICO RUGGERI          1993

Classe1952 LUCA BARBAROSSA     1994

Classe1953 GIANNA NANNINI        1995

Classe1954 LUCA CARBONI             1996

Classe1955 MARCO MASINI             1997

Classe1956 NOMADI                          1998

Classe1957 AMEDEO MINGHI          1999

Classe1958 ROBERTO VECCHIONI  2000

Classe1959 IRENE GRANDI               2001

Classe1960 MATIA BAZAR                2002

Classe1961 FRANCESCO DE GREGORI 2003

Classe1962 PAOLO BELLI                  2004

Classe1963 ANTONELLA RUGGERO 2005

Classe1964 KORACANÈ E GIOVANNI CACIOPPO 2006

....altri concerti......... ALBANO

ANNA OXA

BARBARA COLA

EUGENIO FINARDI

FRANCESCO BACCINI

LOREDANA BERTÈ

MARINA REI

MASSIMO BUBOLA

NERI PER CASO

SIRIA

MAURIZIO VANDELLI e DIK DIK 

...chiunque avesse foto dei concerti sopra elencati può inviarle alla redazione del sito all'indirizzo di posta elettronica:  Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo   questo contatto resta valido anche per segnalazioni circa errori che si riscontrano sul sito per i quali ci scusiamo...

 

Ultimo aggiornamento ( sabato 01 novembre 2008 )